Come e’ andata a finire

e8fd00_92773b837f3d42b0802f42fb6e215b59

Immediatamente dopo il ritrovamento, le forze dell’ordine avviano la caccia agli assassini. Una caccia che si conclude ben presto: è fin troppo facile risalire al nome dell’intestatario della Fiat 127, l’auto usata per poter trasportare i corpi delle donne. Il nome del proprietario è quello di Raffaele Guido, il padre di Gianni, residente in via Capodistria. Dal nome di Guido si risale poi a un cerchio di violenti vicini ai movimenti fascisti dell’epoca, tra cui spiccano proprio Andrea Ghira e Angelo Izzo, giĂ  noti per alcuni episodi di aggressione, e provenienti dalle stesse scuole: l’Istituto San Leone Magno di via Nomentana, una delle scuole piĂą prestigiose della Capitale, e il Liceo Ginnasio Giulio Cesare. Nell’arco di poche ore. le forze dell’ordine rintracciano tutti i soggetti coinvolti, con la sola eccezione di Andrea Ghira: di lui si sono perse le tracce, e si sostiene, in un primo momento, che sia fuggito in Argentina o in Brasile.

Nel luglio dell’anno successivo prende il via il processo in Corte d’Assise. Considerata l’assenza di Ghira, sul banco degli imputati ci sono solamente Angelo Izzo e Gianni Guido, accusati di omicidio volontario, tentato omicidio, ratto a fine di libidine, violenza carnale continuata, detenzione di arma da fuoco. Al termine di un intenso dibattito durato oltre un mese, i giudici emettono la sentenza: Izzo, Guido e Ghira (ancora latitante) sono condannati all’ergastolo.

Quattro anni dopo,  il 27 ottobre 1980, il processo d’appello conferma l’ergastolo per Andrea Ghira, ancora latitante, e per Angelo Izzo. La pena per Gianni Guido viene invece modificata dall’ergastolo a 30 anni, oltre a 3 anni di libertĂ  vigilata: su tale riduzione pesa la scelta dei familiari di Rosaria Lopez di rinunciare a costituirsi in giudizio parte civile, dopo aver accettato 100 milioni dalla famiglia di Guido a titolo di risarcimento. Anche in Cassazione, nel settembre di 3 anni dopo, verranno confermate le pene.

La vicenda giudiziaria non termina però qui. PerchĂ© i tre protagonisti di questa triste storia di cronaca nera continueranno a far parlare di loro. Cominciamo da Guido, che giĂ  nel gennaio 1981 effettua una fuga dal carcere di San Gimignano, nel quale era recluso. Per tale fuga saranno imputati sia alcuni dipendenti del carcere, che i genitori di Ghira. Il 28 gennaio 1983, esattamente due anni dopo la fuga, Guido viene arrestato in Argentina: si trova a Buenos Aires, sotto il falso nome di Mariani, e vende automobili. Arrestato e detenute in un carcere della capitale argentina, tenta una nuova evasione e finisce in ospedale, con una ferita. Nell’attesa dell’estradizione, Guido tenta una nuova fuga – questa volta, riuscita – scappando dalla struttura ospedaliera. Da questo momento inizia una nuova latitanza che lo conduce a Londra, in inghilterra, dove vive sotto falso nome e la copertura di alcuni “camerati”. Pressato dalle forze dell’ordine, deciderĂ  poi di fuggire in Sudafrica e, infine, in Kenia.

Angelo Izzo è ancora in carcere. Anche lui, nel 1986, decide di fuggire: il suo tentativo non va a buon fine. Il piano viene scoperto e sventato ancora prima di essere posto in essere. Riesce però a fuggire qualche anno dopo: nel 1993 Izzo evade infatti dal carcere di Alessandria e si reca in Francia, dove viene però arrestato il 15 settembre.

Tornando a Guido, si viene a sapere che il latitante si è trasferito a Panama: nel 1994 viene finalmente rintracciato ed estradato in Italia. PiĂą o meno contemporaneamente, dopo il suo arresto francese, Izzo inizia a collaborare con la magistratura, effettuando una serie di rivelazioni che tuttavia non sembrano essere integralmente considerate come attendibili. Tra le tante, Izzo si auto-accusa di essere stato l’assassino di Amilcare Di Benedetto, nel giugno 1975 (qualche mese prima del massacro del Circeo) e di essersi sbarazzato del corpo al largo di Riccione. Izzo dichiara inoltre di essere parte di un ristretto gruppo di uomini armati chiamato “Uova del drago“, parte dell’Avanguardia Nazionale, e di essere stato coinvolto nella preparazione di un colpo di Stato. Izzo finirĂ  con l’accusare Ghira (che intanto è ancora latitante) della morte di Giorgiana Masi, avvenuta il 12 maggio 1977, e rivelerĂ  che Salvo Lima è stato il mandante dell’omicidio Mattarella e, ancora, che Fioravanti e Cavallini ne furono gli esecutori materiali. Come sopra anticipato, non tutte le rivelazioni di Izzo furono considerate attendibili. Così come quelle di Guido, che come il suo “collega” iniziò a fare una serie di rivelazioni che non trovarono conferma.

Nel 2004, Izzo riesce a ottenere il regime di semilibertà. Tuttavia, quattro anni dopo, nel maggio 2005, viene indagato per omicidio volontario: ammette infatti di aver ucciso, un mese prima, Maria Carmela Limucciano e la giovane Valentina, di appena 14 anni, rispettivamente moglie e figlia del collaboratore di giustizia Giovanni Maiorano, condannato all’ergastolo e suo compagno di cella. Izzo afferma di aver agito con particolare metodo: dopo averle uccise, le ha sepolte nel giardino di una villa vicino al luogo in cui viveva da diverso tempo, ai piedi di un grosso albero nel giardino. Valentina, 14 anni, verrà ritrovata nuda, ammanettata e con del nastro adesivo sulla bocca. Sua madre Maria Carmela, invece, verrà ritrovata vestita. Prima di essere nascosti sottoterra, entrambi i corpi erano stati chiusi in sacchi di plastica. Nessun segno di strangolamento, quindi: le due donne, prima di morire, erano state messe «in condizione di non poter respirare».

Le ragioni dell’omicidio sono state svelate dallo stesso Izzo: la Limucciano sarebbe stata la sua amante e sarebbe diventata troppo opprimente. “Mi è venuta così, è stata una cosa improvvisa” – rivelerĂ  agli inquirenti, i quali riuscirono tuttavia a scoprire una realtĂ  ben diversa: l’uomo era infatti interessato all’ereditĂ  della donna.

 

Gianni Guido l’11 aprile 2008 viene affidato ai servizi sociali. La sua pena viene definitivamente scontata il 25 agosto 2009, dopo uno sconto di pena conseguente all’indulto. E grande scandalo viene provocato dal “bilancio” della pena: tra fughe e latitanze all’estero, Guido sconta “solo” 22 anni di carcere, contro i 30 previsti.

 

Andre Ghira. Mai arrestato dalla polizia italiana per le drammatiche vicende del Circeo (sarebbe fuggito su un treno di pellegrini diretto a Lourdes), si torna a parlare di lui solamente nell’ottobre del 2005, quando i giornali rivelano che l’uomo sarebbe sepolto in Spagna, nell’enclave di Melilla, in Marocco, dal giorno della sua morte, avvenuta il 2 settembre 1994. Il 9 settembre 1994 è una vicina di casa, Dolores Carmona, a insospettirsi per la prolungata assenza di Ghira e per l’odore irrespirabile che fuoriesce dalla sua casa: quando verrĂ  scoperto il cadavere, sarĂ  la stessa Dolores a confermare le generalitĂ  di Ghira.

Il nome che figura sulla tomba è quello di Massimo Testa De Andres, un falso appellativo che Ghira avrebbe usato diverse volte già nel passato e, sicuramente, almeno in due occasioni: nel 1980, quando fu fermato per possesso di stupefacenti e segnalato all’Interpol, e nel 1982, quando fu fermato alla guida di un’auto rubata e segnalato ancora una volta all’Interpol.  Successivamente, Ghira / Testa si sarebbe arruolato nel Tercio, la legione straniera spagnola da cui nel 1993 sarà espulso a causa della sua tossicodipendenza.

Sulla base di tali novitĂ , la procura di Roma avanza richiesta di esumazione della salma: una richiesta esaudita il 14 novembre 2005 quando, alla presenza degli investigatori italiani, viene prelevato un femore per poter analizzare il suo DNA. Nella bara viene trovata anche una siringa che avrebbe procurato l’overdose mortale nel settembre del 1994. Il 26 novembre 2005, 12 giorni dopo l’esumazione della salma, i risultati confermano l’identitĂ  di Ghira. La famiglia di Ghira conferma di essere da tempo a conoscenza della morte di Andrea e di aver taciuto solo per evitare un ulteriore processo mediatico. Tant’è che nel 2000, senza avvisare le forze dell’ordine, si erano rivolti al tribunale per chiedere lo status di “morte presunta” del congiunto e sbloccare in tal modo alcune vicende ereditarie.

Ma è davvero così? In realtĂ , non tutti sembrano essere convinti di tale fine. E, in particolare, a non convincere una parte degli osservatori è il fatto che Testa sarebbe stato sepolto in fretta, addirittura con la stessa siringa mortale, e che la conferma dell’appartenenza del DNA a Ghira sarebbe stata attribuita dal medico legale Carla Vecchiotti, allieva di Matilde Angelini Rota, zia materna di Ghira. Insomma, per alcuni opinionisti, l’esame del DNA sarebbe stato effettuato da persona non imparziale. Inoltre, la data impressa nella lapide sarebbe diversa da quella presunta (11 aprile 1994): una circostanza che tuttavia Tomas TomĂ©, direttore del cimitero, liquidò come un mero errore.

« La difesa

»