Come andrĂ  a finire

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Una serie incredibile di errori potrebbe avere compromesso le indagini in modo definitivo.

L’inchiesta, affidata ad una PM – Rosa Muscio – al suo primo incarico, parte con il piede sbagliato sin da subito, tra errori, caos, omissioni e ritardi.
La gestione della scena del crimine ad opera dei carabinieri è un vero scempio: in poche ore entrano almeno 25 persone. Nessuno, salvo il personale del 118, indossa i calzari.
C’è chi scatta fotografie-souvenir con una macchinetta digitale (!), chi scivola sul sangue e poi va a pulirsi le suole delle scarpe sullo zerbino (!), chi mette le mani dappertutto senza guanti lasciando impronte digitali ovunque (!), chi fa i suoi bisogni in bagno (!) e chi, di fronte alla scena raccapricciante, non riesce a trattenere il vomito (!) sporcando il pavimento.

I Ris arrivano a Garlasco solo tre giorni dopo, e ricominciano tutto da capo. La Procura fa svolgere l’autopsia il giorno 16, incaricando un medico legale, il dottor Marco Ballardini, che sceglie un obitorio non adeguatamente attrezzato: infatti manca la bascula per pesare il cadavere, fondamentale per stabilire l’ora del decesso (!).

E tutti dimenticano di prendere le impronte digitali della vittima(!) tanto che tocca riesumare la salma (!), in gran segreto, il 20 agosto.

Alberto subisce tre lunghi interrogatori – per oltre 20 ore – come persona informata sui fatti. Dalle parole del ragazzo, fin da subito, emergono diversi elementi di incoerenza e illogicitĂ . Ma il PM attende una settimana prima di indagarlo e perquisire la sua abitazione, esaminata senza luminol (!). L’officina di autoricambi del padre, invece, non verrĂ  mai perquisita.

Ben 40 giorni dopo il delitto i carabinieri, notando una sirena all’esterno, si accorgono di un sistema d’allarme dotato di telecamera, ma è troppo tardi. Il dispositivo tiene in memoria solo 100 eventi, e ormai i dati relativi al 13 agosto sono stati cancellati per sempre (!).

Nessuno si preoccupa di chiedere ai gestori telefonici il traffico e-mail e chat dei due ragazzi: quando lo faranno i periti, due anni dopo (!), si sentiranno rispondere che, per legge, quei dati possono essere conservati solo per un anno.

Altri pasticci riguardano gli accertamenti sul computer: acquisito la mattina del 14 agosto, viene aperto e rovistato dai carabinieri senza rispettare le procedure forensi (!) per 15 giorni.

Poi ci sono le scarpe “pulite” di Alberto, sequestrate solo dopo 17 ore, per cui la difesa avrà buon gioco nel sostenere che il sangue eventualmente pestato è andato disperso nel successivo utilizzo.

E c’è la bicicletta “nera da donna” che la famiglia Stasi possiede, dello stesso modello e colore di quella vista alle 9,10 davanti a villa Poggi da due testimoni. Non sarà mai sequestrata: si limiteranno a mandare un maresciallo ad esaminarla e la conclusione sarà che “non corrisponde” perché non ha le molle cromate sotto la sella. Il 24 settembre, sei settimane dopo il delitto, Alberto a sorpresa è fermato per ordine del pm Rosa Muscio, che ha appena ricevuto una «relazione preliminare» dei Ris secondo la quale sui pedali di una delle due bici di Alberto ci sarebbe sangue di Chiara. E’ un altro errore.

 

Il GIP Giulia Pravon quattro giorni dopo non convalida e scarcera il giovane, argomentando che è tutt’altro che certo che quel Dna sia attribuibile a sangue. Un dubbio rimasto tale anche dopo la perizia disposta dal GUP.
L’ultimo colpo di scena è sull’ora della morte. PM e parte civile concordano inizialmente nell’indicarla tra le 11 e le 11,30, come da conclusioni del medico legale. Ma poi i periti informatici scoprono le tracce del lavoro di Alberto sulla tesi dalle 10,20 alle 12,20, che confermano il suo alibi. A quel punto la parte civile anticipa il delitto alla prima mattina, dalle 9,12 alle 9,36, cioè nella stessa fascia oraria indicata dalla difesa, mentre la procura, a sorpresa, sceglie di posticiparla a dopo le 13.
Insomma, un gran pasticciaccio che potrebbe “salvare” anche il più colpevole degli assassini!

 

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