L’accusa

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Secondo l’accusa, Salvatore Parolisi è l’unico colpevole della morte della moglie Melania Rea. La ricostruzione del medico legale supporta, d’altronde, la qualificazione di Parolisi quale reo della vicenda: un uomo in grado di agire con incredibile violenza sul cadavere della vittima, colpendo ripetutamente il corpo della moglie.
La dinamica del delitto avrebbe visto Salvatore Parolisi colpire Melania Rea con una serie di percosse e di coltellate che non hanno lasciato scampo alla povera donna. Sempre secondo la ricostruzione effettuata dai legali, le coltellate sarebbero state inflitte anche dopo la morte di Melania, con il corpo senza vita della giovane ulteriormente gravato dalla furia del marito. Le incisioni (su tutte: una svastica) sarebbero state effettuate per poter sviare le indagini, rendendo piĂą complessa la scena del crimine e intorbidendo il movente.

Tuttavia, ben presto le analisi prendono una piega sfavorevole per Parolisi e gli indizi si indirizzano in misura omogenea verso la figura del militare. E così per l’accusa diventa rapido e corto il passo che conduce all’analisi della sua vita personale e, di conseguenza, anche alla determinante che avrebbe fatto scaturire il folle gesto: un motivo passionale, che risiede nella doppia vita sentimentale che Parolisi intreccia da tempo con una soldatessa conosciuta in una caserma non distante. Di fatti, nelle motivazioni della condanna di Parolisi (un ricco dossier di oltre 100 pagine), si legge come il militare abbia ucciso la moglie in una “esplosione di ira”, nata in un litigio dovuto alla “conclamata infedeltà coniugale dell’uomo”.

Ma non solo: a costituire la molla che fa commettere il folle gesto sarebbe anche un “rifiuto” che il reo considera, evidentemente, uno sgarbo. Di fatti, secondo i giudici del Tribunale di Teramo, l’omicidio viene consumato d’impulso in pochi istanti. Melania e Salvatore scendono dall’auto, fanno qualche passo all’interno della pineta. Qui Melania cerca un angolo appartato per espletare alcuni bisogni e si dirige verso una zona tranquilla. La vista della moglie seminuda, a pochi metri di distanza da lui, avrebbe eccitato il militare, che si sarebbe avvicinato a lei per baciarla. Secondo quanto sostenuto dal giudice per le indagini preliminari, Melania avrebbe rifiutato l’approccio: per Salvatore si sarebbe trattato di una “ennesima umiliazione”, in grado di scatenare una reazione molto violenta il cui esito è, purtroppo, ben noto. Secondo le ricostruzioni dei P.M., Parolisi lascia la moglie esamine a terra, sanguinante ma ancora viva, per poi tornare a infierire sul corpo del cadavere.

Nelle pagine dell’accusa, con le quali la procura richiede un rito immediato, due sono gli elementi sui quali viene spesa la maggiore attenzione: l’omicidio e il vilipendio di cadavere, che i P.M. affermano esser stati compiuti senza alcun complice. Inoltre, l’accusa sostiene che aver tentato di depistare le indagini costituisce aggravante, così come un aggravante è la crudeltà con cui viene commesso il delitto (35 coltellate). Altre aggravanti formulate dall’accusa sono il reato sul coniuge, lasciata morire nel bosco mentre era ancora viva, e le condizioni di minorata difesa della vittima. Di contro, non viene sollevata la contestazione di premeditazione del delitto.

Non solo: secondo l’accusa, sarebbero state le stesse bugie del caporalmaggiore a incastrarlo: cercando di allontanare da sé i primi sospetti degli inquirenti, infatti, Parolisi fornisce una serie di elementi “che inconsapevolmente” – si legge poi nel documento del Tribunale – se valutate unitamente a tutti gli altri elementi raccolti, hanno costituito una sorta di confessione”.