L’accusa

February 5, 2016|GiallosuGiallo

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Giosué Ruotolo è indagato per il duplice delitto di Pordenone.

Accuse precise, alibi barcollante. Ma Giosuè ripete: “Non li ho uccisi io”. Il suo nome viene iscritto sul registro degli indagati all’indomani del ritrovamento del caricatore di una Beretta 7.65 nel laghetto nei pressi dell’agguato, ritenuta l’arma del delitto. Gli inquirenti ritengono evidentemente che sia sua.

I sospetti cadono sul soldato in quanto la sua auto era nei pressi in concomitanza con il momento del delitto. E anche per le tracce lasciate dal telefonino. Il motivo? Aveva raccontato di essere a casa: ma la macchina era altrove. Nell’alibi ci sarebbe poi un buco temporale oscillante tra i sei e gli otto minuti.

Giosuè aveva portato la bara di Trifone al funerale. Avevano svolto la stessa carriera militare e insieme avevano provato il concorso per la guardia di finanza. Alle accuse pesanti mancherebbe tuttora l’ipotesi di un movente: il procuratore della Repubblica ha parlato di un movente individuale, dell’assenza di complici e dell’insussistenza, allo stato, dei presupposti che potrebbero portare alla necessità di arrestare Ruotolo (pericolo di fuga, inquinamento delle prove e che commetta nuovi reati dello stesso tipo).
Rosaria Patrone, fidanzata di Ruotolo è nel mirino della Procura per istigazione, favoreggiamento e false attestazioni. Sono infatti emerse contraddizioni che gli inquirenti vogliono chiarire. L’ipotesi degli investigatori è che Rosaria abbia fornito alibi o comunque una copertura a Giosuè, omettendo alcuni dettagli nel suo racconto o modificando cronologia su internet e il testo di alcuni messaggi in chat.

 

Febbraio 2016: gli inquirenti lavorano freneticamente. Si scoprono tutta una serie distrani messaggi via chat che sarebbero stati creati ad arte per ingelosire Teresa e farle credere che Trifone la tradisse con una fantomatica amante, tale “Annalisa” (un falso profilo facebook). Teresa avrebbe dunque confidato al suo uomo le sue angosce e lui a quel punto avrebbe individuato il colpevole: l’invidioso collega.

Marzo 2016: viene disposta la custodia cautelare per Giosue’ Ruotolo e Rosaria Patrone.
“Ruotolo” – dichiara il procuratore Martani – “aveva dato corso a numerose cancellazioni sospette dal pc e dal telefonino. La prima avviene nella serata del 18 settembre, il giorno in cui i media diffondono la notizia. Comportamento reiterato nelle settimane seguenti. Vengono cancellati anche dati dal pc di Somma Vesuviana, forse da parte del fratello, che procede a cancellare i dati e le chat dei mesi precedenti“.

E’ poi emerso che il “testimone chiave” risulta un runner, un atleta che stava facendo jogging attorno al palazzetto dello sport al momento del delitto. E’ stato lui, ha detto il procuratore, che “ha incrociato le vittime mentre stavano per salire sulla loro auto incamminandosi lungo via Amendola, indicando precisamente ai carabinieri la zona dove si trovava in quell’istante”.