L’accusa

January 30, 2016|GiallosuGiallo

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Per l’accusa c’è il Pubblico Ministero Letizia Ruggeri che, sin dalla mattina del 26 novembre 2010, si occupa delle indagini, affiancata dal Procuratore Capo Francesco Dettori.

 

L’accusa si sente forte di una serie di indizi “granitici”. Il profilo genetico di Massimo Bossetti corrisponderebbe per 21 marcatori (tanti: ne basterebbero 17) al dna denominato «Ignoto 1», scoperto sugli slip e sui leggings della vittima, isolato nei pressi del punto dove le mutandine sono risultate recise da una lama affilata.

 

Non conterebbe l’obiezione della difesa («non è stato trovato il dna mitocondriale di Bossetti») perché è solo il dna nucleare che si utilizza per l’identificazione in ambito forense.

 

Inoltre ci sarebbero altre evidenze che paiono inchiodare il sospettato, come l’aggancio del telefonino alla cella della zona ove è stata uccisa Yara. L’indagato e la vittima, dunque, si sarebbero trovati nello stesso ambito territoriale nell’intervallo di tempo incriminato.

 

Inoltre Bossetti sarebbe passato ripetutamente con il proprio furgone davanti alla palestra della ragazzina uccisa, stazionando anche nella strada visibile nelle telecamere di sorveglianza.

Infatti i carabinieri del Ros di Brescia e i Ris di Parma avrebbero analizzato i filmati di quattro telecamere che il 26 novembre 2010 avrebbero ripreso il furgone di Bossetti per ben 13 volte aggirarsi attorno alla palestra di Brembate Sopra nella fascia oraria della scomparsa, fra le 17,42 e le 18,47, più una volta alle 19,51, dopo il delitto. Gli inquirenti sono certi che si tratti del Daily cassonato del muratore, perché hanno condotto le analisi in collaborazione con i tecnici Iveco, analizzando 4.450 furgoni.