A processo “i depistaggi” del caso Macchi

(Milano) – Si è riaperto il processo per la morte di Lidia Macchi che, a soli 21 anni, scomparve da Varese il 5 gennaio 1987 e poi fu ritrovata cadavere due giorni dopo a Cittiglio. Sul suo corpo i segni di 29 coltellate. Per l’omicidio – lo ricordiamo – è attualmente in carcere l’ex compagno di scuola di Lidia, Stefano Binda, dopo che la Procura di Milano ha riaperto il fascicolo in seguito all’attribuzione, all’uomo, di una lettera indirizzata, in forma anonima, il 9 gennaio 1987, ai familiari della defunta.

Lidia Macchi Stefano Binda

Lidia Macchi Stefano Binda

Sul banco degli imputati, però, piĂą che Stefano Binda, sembravano esserci soprattutto quelle vecchie indagini così “strane” e “lacunose”. Infatti, sia l’ex capo della squadra mobile Giorgio Paolillo che un altro capo della mobile, Sebastiano Bartolotta, sono stati interrogati su cosa accadde nell’immediatezza del ritrovamento del cavadere di Lidia e come si svolsero le prime indagini (nel 1987), oltre che chiamati a riferire sull’operato dell’allora GIP Agostino Abate.

I giudici di Milano stanno cercando di fare chiarezza sui presunti ostacoli che Abate avrebbe frapposto alla polizia e allo Sco di Roma per la riapertura del caso, nel 2009. Del resto, è cosa nota che il GIP, incredibilmente, nel 2000, avesse dato ordine affinchĂ© gli undici vetrini contenenti il liquido seminale rinvenuto sul corpo della ragazza – presumibilmente del suo assassino – venissero distrutti perchĂ© nell’ufficio adibito alla conservazione bisognava “fare spazio”. Reperti che erano stati prelevati in seguito all’autopsia del corpo della vittima e ivi conservati per lunghi anni.

Sono emersi anche i risultati di alcune attività di indagine condotte, all’epoca, sugli amici di Lidia e di cui si erano perse le tracce nel 1991: intercettazioni e perquisizioni a carico di don Giuseppe Sotgiu, il religioso amico di Binda che si ritrovò ad essere indagato per il delitto (ne fu poi scagionato). I fascicoli sono stati rinvenuti in un vecchio registro delle notizie di reato del 1991, accatastati sotto una pesante pila di carte, in procura.

L’ex capo della squadra mobile Giorgio Paolillo ha anche raccontato che una parte dell’attivitĂ  investigativa si era indirizzata inizialmente proprio verso Giuseppe Sotgiu e Piergiorgio Bertoldi (poi diventati sacerdoti), oltre verso Stefano Binda. Anzi, proprio il gruppetto dei “religiosi” aveva destato i maggiori sospetti. Ne nacque uno scandalo: la curia accusò il PM Abate e il dirigente Paolillo; ci furono delle interrogazioni parlamentari. Pare che gli inquirenti avessero disposto intercettazioni a carico del Cardinal Martini, a Milano.

Il vicequestore Sebastiano Bartolotta ha poi riferito che la polizia di stato, nel 2009, avrebbe cercato di riaprire il caso ma che il PM Agostino Abate non rivelò mai il posto dove erano custoditi vetrini con il liquido seminale che lo Sco voleva analizzare: forse perché consapevole di averne già disposto la distruzione anni prima. Il magistrato che avallò l’ordine di Abate, Ottavio D’agostino, presentatosi in aula come cittadino per assistere all’udienza, ne è stato subito allontanato per non rischiare di essere audito come teste.

(Diarana Sestilli)