Quale tutela per la vittima?

Violare e limitare le libertà personali dovrebbe già di per sé costituire un reato perseguibile anche d’ufficio; quando, a tutto questo poi, sommiamo la assoluta imperscrutabilità della mente umana, reputo che certe “grida d’aiuto” dovrebbero venire accolte con molta maggiore attenzione.

Mi riferisco a quei  casi che purtroppo oserei definire “omicidi annunciati” nei quali la vittima, spesso una donna od una ragazza, diviene tale dopo magari decine di richieste di aiuto alle Forze dell’Ordine. Quante volte nell’assistere in televisione a trasmissioni dedicate a delitti di gelosia e/o di amore vediamo come la vittima avesse cercato aiuto tutto dove possibile magari già anni prima ma… il nulla.

Ho ascoltato con attenzione un programma dedicato a questo tema nel quale uno psichiatra attribuiva la colpa alla mancanza di “educazione alla gestione del sentimento della gelosia”  da parte degli educatori ai ragazzi stessi.

Bene: permettetemi qualche dubbio!

Credo una simile affermazione sia leggermente semplicistica ma soprattutto reputo come troppo spesso si sottovaluti il fatto che la mente umana, esattamente come un braccio, una gamba o qualsivoglia parte del nostro corpo, possa ammalarsi; si perché colui che uccide per “amore” o “gelosia” in realtà lo fa in nome di un unico sentimento… “il possesso malato” dell’altra persona tale e tanto forte da ammettere l’autodistruzione in nome di esso.

Vorrei, in questa sede, senza velleità cattedratica alcuna, ricordare i diversi livelli attraverso i quali si può “catalogare” un omicidio.

– Quello colposo: dove Tizio, in maniera assolutamente involontaria ma mancando della cosiddetta diligenza del “buon padre di famiglia”, per noncuranza, distrazione o quanto altro, commette od omette un’ azione in modo tale da causare la morte di Caio. Un semplice esempio: Tizio sul suo balcone lascia, senza protezioni o vasche che lo contengano, un vaso di gerani in porcellana. Il vaso accidentalmente cade, colpendo Caio che muore.

– Quello preterintenzionale: dove Tizio, in costanza di una lite con Caio, lo colpisce con l’intento di fargli male ma non certo di ucciderlo; Caio cade e batte la testa su di un gradino e muore. Le conseguenze dell’azione di Tizio sono andate evidentemente ben oltre la sua volontà che era semplicemente quella di colpire Caio con un pugno, ma il risultato è comunque la morte del suo rivale.

– Quello intenzionale: il caso in cui Tizio e Caio, incontratisi magari per un chiarimento, iniziano un violento alterco che culmina in una lite furibonda all’interno della quale Tizio prende una pistola regolarmente detenuta e fa fuoco contro Caio. In questo caso l’omicida aveva, nell’istante in cui ha preso l’arma da fuoco e premuto il grilletto, tutta l’intenzione di uccidere il rivale ma il sentimento è nato sul momento senza una prefigurazione anteriore.

– Quello premeditato: Tizio si prefigura nella propria mente l’idea di eliminare il rivale in amore: parte da casa con un piano studiato e con la precisa idea di uccidere.

Tranne il primo esempio che, francamente, vedo difficile da contestualizzare nei casi dei quali ci stiamo occupando, gli altri reputo siano assolutamente veritieri ed attinenti alla realtà dei nostri giorni. Senza velleità psichiatriche credo che la potenzialità distruttiva di una persona che sia in grado di mostrare una violenza tale, soprattutto nei confronti di donne o bambini, da causarne più o meno scientemente la morte non possa essere sottovalutata. Potremmo poi parlare per ore e forse giorni su qualsivoglia minima e possibile sfaccettatura.

Potremo chiamare in causa anche il cosiddetto dolo eventuale nel quale il soggetto, per così dire, “accetta il rischio” che l’evento si verifichi. Un esempio classico è quello per cui Tizio, magari sotto l’effetto di alcol o droghe, alla guida di un’auto percorra una via interna ad un centro abitato a folle velocità travolgendo Caio: Tizio non vorrà uccidere Caio che magari nemmeno conosce ma nella sua mente ha accettato il rischio di poter travolgere ed uccidere qualcuno a causa della propria condotta.

Potremo ancora parlare di dolo alternativo, fattispecie che molto si avvicina all’omicidio preterintenzionale ma che da esso si discosta per l’accettazione, già prima della commissione del fatto, di una tra le due alternative: ossia Tizio, picchiando selvaggiamente Caio, accetta tanto di ferirlo quanto di ucciderlo e l’eventuale morte non avviene, così come nel preterintenzionale, a causa di un eccesso di violenza non calcolato o di uno sfortunato accadimento ma come una possibile conseguenza  prevista e considerata.

Abbiamo così formato le tre grandi categorie della Colpa, del Dolo e della Preterintenzione ed, a questo punto vorrei porre l’attenzione su degli elementi soggettivi che forse solo la vittima, insieme al suo carnefice può conoscere: uso smodato di alcolici, droghe, problemi psichici e/o psichiatrici, depressioni o quanto altro. Certo, giurisprudenzialmente parlando, potremmo dare ad ognuno di essi una differente valenza ma ragionando in maniera leggermente più semplicistica dovremmo poter ritenere ciascuno di questi un campanello di allarme in più.

Viviamo purtroppo in un Sistema dove la “possibile vittima” non esiste e non ha tutela ma ne ha moltissima la vittima dopo essere diventata tale: eppure le leggi esistono.

Commissario Ferrante Martini

Commissario Ferrante Martini